RECENSIONI

A cura di Hugo Salvatore Esposito

Vivere non è mai stato facile, ma oggi lo è ancor meno, poiché riflettendo sulle dinamiche delle società attuali le persone più sensibili hanno la sensazione di “stare” in un mondo sfrenatamente violento e indifferente e di vivere nel rumore di “pensieri già pensati”, di frasi fatte, di comunicazioni pilotate (che non sono informazioni), d’incerte sollecitazioni che conducono allo smarrimento e all’impotenza. Certamente, siamo “informati” su tutto, ma allo stesso tempo viviamo nell’apatia e nell’assuefazione, mentre assistiamo all’aumento di violenze e abusi di ogni genere, di disuguaglianze sociali, di guerre, di fondamentalismi, di terrorismo, di esodi di massa, di sottrazione di diritti. Ci sentiamo investiti in ogni momento della nostra giornata, attraverso i vari mezzi d’informazione, telegiornali e altro, dalla sofferenza, dal dolore, dalla violenza …

Alla fine, ci sentiamo impotenti, in parte “clonati”, destabilizzati e smarriti testimoni del male che attanaglia il mondo, così che la nostra sfera emotiva, bombardata senza sosta dalla miseria di una quotidianità sempre più ostile e incerta, accetta, si satura di cattive notizie e cade nella totale indifferenza.

L’autore descrive e declama in versi l’umana miseria di persone cadute nel vizio e nel crimine: gli emarginati, le donne violate e private dei loro diritti (segnalo la poesia: Infibula-azione), gli ultimi, gli invisibili, coloro che bivaccano ai margini e al limite della sopravvivenza: “… vivo nella periferia degli ultimi / e mi nascondo nella parte più oscura / di ognuno di noi”.

Inconsciamente impauriti da un mondo sempre più enigmatico e ingiusto siamo schiacciati da questa società dissociata nelle cui pieghe vaghiamo incerti (e molti senza progetti e meta) tra relazioni superficiali e virtuali mentre ci rinchiudiamo nelle nostre dimore sempre più blindate. Ci viene spesso chiesto di essere felici, ottimisti, di amare noi stessi e gli altri, coltivare l’autostima, di consumare e spendere anche nella modalità compulsiva, la realtà, ahimé, ci porta continuamente ad essere schiacciati, scaraventati nella “cronaca nera” caratterizzata dalla violenza: “Correva, correva e correva la giovane donna / calpestando gli improvvisati sentieri / dell’avverso villaggio / dove da nota memoria / violenze e schiavitù alimentavano / il penoso quotidiano”.

L’autore nella prima parte del libro declama la “categoria” degli “invisibili” che fanno notizia per i martellanti telegiornali solo quando essi sono sottoposti a vivere in una baracca, in una vecchia auto o sottoposti a sfratti e a demolizioni delle loro casette di cartone: “Il mondo decide / decreta / convenzioni sociali m’inchiodano / e mi muovo come appestato nel Lazzaretto / sognando pomeriggi di sole / che scaldano i miei tormenti”. I temi di questa sezione sono vari e tanti e descrivono esperienze e situazioni da brividi, poiché le parole si conficcano in profondità. Non sono immagini che durano un attimo, le parole restano e percorrono il nostro vissuto.

Naturalmente, l’autore non poteva non parlare delle violenze subite dalle donne in ogni ambito: tra le pareti ovattate delle dimore blindate, sui viali periferici accecati dai fari abbaglianti e in nome di dottrine che vedono le donne sottomesse e private della loro dignità di donna. La raccolta di poesie, che è la parte seconda del libro, “Delle donne di cui non si sa” denuncia le situazioni tragiche del nostro vivere quotidiano: “Eccomi a raccontarvi / di una morte / la mia / ennesimo caso / di una donna uccisa / femminicidio / anzi, omicidio / cancellata …”.

Tuttavia, esistono altre storie altrettanto violente che sono molto più vicino alla nostra società e alla nostra cultura: il fenomeno della violenza fisica degli uomini nei riguardi delle donne. “ … ben vengano le persone / che fanno a pezzi la tua autostima / facendo dei tuoi punti deboli / i loro punti di forza, ben venga / chi ti usa / per poi dimenticarti in soffitta / come un vecchio gioco”.

Tradizionalmente si pensa che questa violenza sulla donna sia opera di estranei o di squilibrati (che senz’altro esiste ed è molto grave), tale violenza è opera soprattutto dei mariti, degli amanti, dei fidanzati, dei conviventi e in certi casi dei familiari e delle istituzioni. La violenza nei riguardi delle donne è un fenomeno diffuso in tutto il mondo e in tutte le categorie sociali: “Liquefatte creature / danzano all’ombra del Castello / e la bionda esile e triste / le accompagna nel ritmico scandire / […] la vedo / al trascorrere delle stagioni / e lui che l’accompagna / bestemmiando alla vita / offuscato dal mondo alcolico / mentre la dolce creatura / crea il suo mondo immaginato …”.

Dai versi, declamati con un linguaggio calzante ai temi descritti, emerge e si percepisce l’animo riflessivo e pensoso dell’autore: “Il poeta non è atto a giudicare: / guarda, scrive / e dalla finestra va a guardare / quanto rispetto, amore e dignità / questo mondo deve ancora conquistare”. Alcuni componimenti – densi di eventi e d’immagini – si caratterizzano per il loro realismo e simbolismo suggerito da parole ferite e tagliate, mentre la tecnica è in sintonia al variegato infittirsi tematico con dosate sospensioni, silenzi e pause che permettono al lettore di riflettere su ciò che ha letto e di avere la percezione che l’autore sia ai bordi della pagina in silenzio senza emettere giudizi. Da sottolineare gli spazi bianchi, che circondano e interrompono i versi; quel vuoto rappresenta il silenzio del poeta e supporta quella luce bianca che mette in rilievo una determinata parola e il vuoto al quale resta sospesa l’intuizione.

Tuttavia, quando il lettore si trova alla fine del libro si sente affaticato, impotente, smarrito per aver “girato” ed essersi perduto nelle pieghe di drammi e situazioni di sofferenza: lampi di tempo atti a suscitare profonde sensazioni e sentimenti provenienti dai meandri più intimi. È la poesia: poesia che denuncia, commuove, coinvolge le coscienze più sensibili: poesia delle emozioni concentrate in un pianto, in un lamento, in un gesto: poesia, le cui parole sono macigni variegati e molteplici.

Poesia in apparenza discorsiva, ma essenziale che permette di vivere esperienze incontro/scontro, apertura/ frattura con la realtà.

Il poeta riesce a sintetizzare in modo efficace la “miseria umana quotidiana” nel suo divenire, in quel susseguirsi rapido e spasmodico di cattive notizie che portano cattivi pensieri che conducono il lettore su un confine, su una soglia che spesso non vuole superare … Infine, traspare nei componimenti un certo senso di commozione, di partecipazione: nobili sentimenti che imprigionano l’animo del poeta (e del lettore) che vorrebbe poter aprirsi alla speranza, ad una società onesta e solidale …

Milano, gennaio 2020

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QUEL GRATTACIELO NEL BOSCO

A cura di Hugo Salvatore Esposito

Nel precedente libro di Fabio – “Il senso del viaggio” – avevo citato Thomas Moore, il quale ammonisce che il nostro tempo ha la tendenza ad annacquare i particolari della vita in generalizzazioni o astrazioni, le quali però non hanno una gran voce interiore … e continua affermando che spesso si dimentica che qualsiasi “luogo” ha una sua sacralità … Fabio, come tutti i veri poeti, ha il privilegio di scoprire questa sacralità percorrendo itinerari realmente significativi, i “non luoghi” e quelli più misteriosi che sono i viaggi che, attraverso le pieghe dell’interiorità, fanno emergere noi stessi. “Quel grattacielo nel bosco” – immagine metaforica che caratterizza il pensiero del cittadino metropolitano molto sensibile che vede cambiare la sua Milano e il mondo degli uomini e delle cose giorno per giorno – attraverso i venti racconti – stimola il lettore a “scalare”, “abitare”, “grattare” quel grattacielo che tende verso l’alto, tocca il cielo e lo incita a riconquistare il suo “bosco” perduto.  Il libro coglie gli aspetti più significativi dell’attività umana quotidiana a Milano e nelle altre località descritte e denuncia tutte le problematiche di una società quasi smarrita e impotente: il traffico, l’inquinamento, la nevrosi metropolitana e tutti gli aspetti più degradati per i quali ci si sente indifferenti, indifesi, impoveriti nel vedere tanto sfarzo rappresentato da queste fortezze di vetro. Fabio, preso coscienza del decadimento dei valori educativi e civili e “setacciando” il suo vissuto vive (e li propone al lettore) momenti di dolce nostalgia: “In un tempo in cui la sopravvivenza era rappresentata dal soddisfacimento dei bisogni primari, un piatto di minestra non mancava mai e i vestiti venivano riciclati in relazione allo stato di crescita, non esisteva “il Bosco Verticale” ma si faceva il bagno nel naviglio e i boschi in periferia esistevano davvero”.  La fortezza d’animo e la sensibilità poetica emergono sin dalla scelta del titolo, oltre che dai sottotitoli che il lettore potrà inventarsi: è la somma degli ideali vanamente cullati dal poeta-scrittore e degli aneliti di valori svaniti nel mare dell’indifferenza e del conformismo metropolitano. Leggendo le storie si avvertono delle “lacerazioni” degli obiettivi e dei progetti sognati che si dissolvono in una realtà angosciante, stressante e drammatica: nulla sembra cambiare, ma tutto diviene novità, nuovo …  Fabio, in questo lavoro, si presenta in tutta la sua naturalezza, senza maschere occasionali o travestimenti di facciata e ripete la sua forza morale con la barba disfatta e senza cravatta. Si tratta, anche se non sempre percepibile, di una scrittura di grande impegno civile e morale che porta alla luce situazioni e vicende spesso dimenticate di proposito per non cadere nell’angoscia: “La ragazza assapora il vento salato e la solitudine che accompagna questo luogo di morte insospettata, rievoca con il sapore degli anni trascorsi quel viaggio compiuto dai genitori per riconsegnare una dignità dovuta, indebitamente violentata nel nome di ideali precari …”. Le storie raccontate, come affermato nella prefazione, si muovono “fra scenari veristici e finzione favolistica”, ma fin dall’inizio si ha la sensazione che l’autore abbia il desiderio di parlare, di raccontarsi, di raccontare un po’ della propria vita, delle esperienze vissute, dei progetti; e tutto questo per dare un senso alla sua esistenza certamente realizzata e forse per liberarsi di un fardello … Credo, tuttavia, che Fabio, attraverso la scrittura, voglia scoprire e far emergere quel profondo tesoro interiore che tutti dovremmo custodire per fornire all’anima il nutrimento per accedere a territori alternativi, più veri e sinceri, prendendo congedo dalle contrade della meschinità, della mediocrità e ripetitività della vita quotidiana. Lo scopo della nostra vita dovrebbe essere quello di maturare vivacità e creatività intellettuale e autonomia critica. Allo scopo, conosco la tenacia con la quale Fabio affronta il lavoro della scrittura e mi piace citare questo pensiero di G. Corianò che afferma: “Scrivere è una montagna da scalare o una voragine da scavare con le proprie mani; scrivere è l’atto di fede di chi venera il dubbio e rifuggire dalle certezza; scrivere è amare ad amarsi, fermare l’attimo, scoprire che l’altro sei tu e l’oltre ti è accanto”.  In alcune parti l’autore s’ispira ai vissuti familiari, ai valori affettivi e lo stile perde il carattere crudo e graffiante della denuncia larvata e spinta in alcuni punti per addolcirsi in un velo di nostalgia, di dolce nostalgia e rimpianto che le figure evocate portano in sé. Il libro, in generale, è capace di restituirci una visione precisa di tanti aspetti trascurati dalla realtà e dentro il mondo che ci circonda, poiché il momento della scrittura rappresenta sempre uno strumento valido per raggiungere un contatto diretto, intimo, sincero con la propria interiorità, con il proprio io interiore.  D’altronde l’obiettivo di Fabio e dello scrittore, in generale, credo sia quello di far riflettere sullo stato della nostra esistenza, di suggerire e di accettare i cambiamenti e ciò che compete a noi di cambiare per vivere e realizzare i nostri progetti e sogni. Non posso definire il libro una semplice autobiografia, perché è realizzato per descrivere luoghi e storie complesse con tanti personaggi che si destreggiano alla ricerca di una loro identità. Tuttavia, l’autore, scavando nella memoria, attraverso la parola (lui essendo poeta conosce bene la magia e il mistero della parola) sfida i suoi “fantasmi”, il suo passato e le contraddizioni della vita e sicuro di se, certo di potersi mostrare in prima persona, in piena luce non solo rende tutto ciò “domestico” (nel senso che sono i nostri fantasmi), ma conferisce loro il compito di comunicare le ragioni che stanno alla base della propria individualità.  Quel processo dinamico delle proprie esperienze realizzate e vissute, quel processo della propria maturazione personale che evolve nella scrittura autobiografica, che ha potere di far rivivere gli istanti delle storie e dei fatti in modo del tutto diverso di come sono accaduti, diviene pensiero autobiografico.  Qualcuno definisce il processo della scrittura autobiografica una sorta di “ecologia della mente” che è un’interessane definizione, perché davvero, nel momento in cui la penna comincia a scorrere sul foglio – fosse anche la penna telematica – si mette in moto un nuovo meccanismo, difficile all’inizio ma liberatorio, catartico e “purificante”, attraverso il quale i pensieri corrono per ogni dove senza barriere logico-temporali, velandosi e ammantandosi anche, con sorpresa dello stesso scrivente, di significati diversi, intricanti e inattesi. Questo processo è dovuto al fatto che emergendo le storie positive o negative, tristi o gioiose l’io narratore diviene per presto un “io tessitore”, così gli istanti riappaiono alla memoria nelle circostanze più impensabili: uno alla volta con umore diverso. Ora, dobbiamo intercettare questo io e se ci rifiutiamo di dare ascolto ai nostri ricordi, se abbiamo paura di ricordare, se odiamo scrivere di noi, la vita sarà di certo più comoda e sicura, ma più ripetitiva, insincera e monotona.  I racconti del libro si snodano fluidi in capitoli brevi, fruibili, in una prosa con intonazioni poetiche, in un ondeggiante passato e presente, in un ansimante malinconia e rimpianto, in un andirivieni della memoria, in un tempo dell’anima, che prescinde dalle coordinate temporali, perché quanto ha inciso profondamente la vita resta impresso e pregna la nostra anima: istanti e storie ricordate come tanti fotogrammi, come tessere di un mosaico esistenziale fantastico e vissuto, che può essere messo in versi:  “Il cammino fu lento e cadenzato,  con la nostalgia di varcare il confine fra l’immaginario e ciò che rappresentava la vita reale;  la ripresa dell’osservazione di una natura in tempo di pace, le voci dei …”. Il nostro autore possiede un’altra qualità: pensare poeticamente. Così egli ricorda e annota, sosta e indugia sui sogni realizzati (o non realizzati) e sulle utopie, sulle sue passioni, sensazioni, emozioni. Tuttavia, costruire tutto ciò, attraverso la scrittura, significa conservare zone feconde di “immaturità” (e che vita sarebbe se fossimo perfetti …) dentro di noi che ci permettono di edificare il nostro “castello” di esperienze e di conoscenze che ci permettono di rapportarci con il nostro “abitatore interiore”. A volte, non si sa come, quando e perché, ma c’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi o, per quelli dotati di una certa sensibilità, di esprimere passioni, sentimenti ed emozioni in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria. Certamente è una forte sensazione (si sente il bisogno e basta!) e più ancora che un progetto, è un messaggio che ci raggiunge all’improvviso, sottile e poetico che spesso diviene quasi un’urgenza o un’emergenza, un dovere o un diritto, a seconda dei casi e delle circostanze: è il pensiero autobiografico.  Alcuni racconti del libro mettono in luce le contraddizioni della vita vissuta nella sua piatta quotidianità, un profilo complesso e affascinante che impersonifica la personalità dell’autore, un libro esistenziale che, tramato di gioia e di umane sofferenze, di rinunce e di improvvisi lampi di felicità e vitalità coinvolge il lettore nell’infinita commedia umana.  Lo scrivere di Fabio, appunto, non è un desiderio intimistico qualsiasi, riguardante se stesso e riferito al solo piacere di parlare di sé, fra sé e sé, a se stessi o alla necessità di ritrovare qualche sperduto ricordo in funzione di una conversazione con altri. Il pensiero autobiografico, quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto, è una preziosa presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita e anche laddove si volga verso un passato doloroso di errori e di occasioni perdute o mancate, è pur sempre una riconciliazione, un ripatteggiamento che procura allo scrivente certamente disagio e turbamento, ma che diventa presto serenità, armonia e quiete interiore. Come scrive Proust, la scrittura deve disfare ciò che è stato costruito dalla ragione, dalle abitudini, dall’amor proprio, dallo spirito d’imitazione, e deve far compiere il cammino opposto, cioè tornare alle profondità, là dove è sepolta la verità a noi sconosciuta.  Ora, anche se quel guardare alla propria esistenza come spettatore imparziale potrebbe apparire come un’operazione impietosa e severa, giova alla nostra serenità, poiché quello scrivere di noi stessi pagina dopo pagina (con il tempo che scorre) fa emergere due sentimenti quasi dimenticati: la compassione e la malinconia che, mitigando la nostra soggettività e il nostro egoismo, aprono altri orizzonti e scenari: sentimenti che ci permettono di conoscere e svelarci istanti affettivi ed emotivi sconosciuti e soprattutto consentono di condividere l’essere al mondo di tutti gli altri e con tutti gli altri. Chi scrive prende coscienza che non è solo al mondo con le sue traversie positive o negative: lo stare nella quotidianità è cosa difficile e lo dimostra quel “grattacielo nel bosco” (tanto amato e ammirato dai milanesi che ne sono orgogliosi e gelosi) che si allontana sempre di più dai comuni mortali … e quel bosco che si infittisce di ragnatele di diseguaglianze, di erbacce, di un futuro d’incertezze …  Il libro è ben strutturato: ricco di intuizioni e di immagini e di piacevole lettura non necessita di riflessioni sulle storie raccontate e sulle descrizioni dei luoghi, poiché conosco bene la bravura di Fabio nel comporre questi esercizi che spesso si fondono con la poesia. La terra, la “grande Milano”, il progresso, il lavoro quotidiano ispirano storie diverse nei temi, ma complementari a tessere la storia infinita dell’umanità nella lucida consapevolezza delle disarmonie del presente.  Un libro da leggere, da leggere senza fermarsi un istante, un libro nel quale il lettore troverà tanto di se stesso e che ha il pregio di possedere connotazioni a tratti di una semplicità e di una sincerità sconcertanti che fanno fermare a pensare, riflettere e meditare. Non si tratta di una voce dotta e cattedratica, ma di una voce di un’anima onesta (una qualità questa in disuso ai nostri giorni) che affronta con coraggio la difficile esistenza in una metropoli che ha perso la sua dignità, la sacralità e la sua identità, in una Milano dove anche i suoi abitanti vacillano a trovare un senso d’identità storica-culturale e dove il tempo “gira” confuso, aleatorio …  

A cura di Sandra Carresi

Credo, o almeno voglio sperare, che ognuno di noi, catalogato come essere umano…, possa avere dentro di sé un bosco, probabilmente antico che parte dalla nascita e accompagna il percorso della propria vita. Vorrei personalmente ringraziare l’autore, Fabio Clerici, per questo libro, un insieme di racconti che sanno di buono, di utile, di piene riflessioni in un mondo che sembra non regalare più emozioni, un libro dove l’anima sorride e si emoziona.  Mi trovo in vacanza nella mia casa in montagna e forse per questo motivo mi sono inoltrata meglio nel bosco di Fabio Clerici apprezzando i suoi racconti, confrontando la vita di città, ma ancora di più ascoltando il silenzio e la sua comunicazione, il vento, e la vita neppure tanto nascosta, fra gli alberi e nei sentieri. È forse l’apprezzamento dell’osservazione, là dove la distrazione non è ammessa, dove i profumi e la lentezza del tempo permettono una comunicazione interna che viene da lontano e porta lontano. Nostalgie, ricordi del passato, sorrisi, frasi e persone non più presenti, la vicinanza a qualcosa di maestoso e celestiale che solo la natura, fortunatamente ancora magnifica nella sua essenzialità permette a quel filo conduttore di parlare a te stesso e a qualcosa di maestoso che certamente non viene da uno schermo di vetro, ma da dentro e arriva in alto, molto in alto… Quelle montagne in grigio-verde, così definite dall’autore, sono severe, a volte minacciose, certamente dure come lo è a volte la vita, ma quando il cielo si apre, si tinge d’azzurro, il freddo gelido permette una tregua, lì la corsa si ferma, per respirare dentro la nostra forza, quella vera.   

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IL GRIDO DELLA TERRA

Andrea Pugiotto per “Poeti nella Società”

L’Italia è una terra a rischio. Non certo dal punto di vista politico (diecimila bocche che masticano e nessun cervello che pensa davvero), ma da quello fisico-geologico si. Considerando che la terra è vulcanica per antonomasia, nel Sud Europa, essa è perennemente a rischio sismi, con debite conseguenze per l’ambiente e gli abitanti dello stivale. La terra trema, senza preavvisi di sorta, il panico si diffonde ovunque, le case e i monumenti crollano (due cose delle quali l’amministrazione se ne frega: le case si rifanno, in economia, ed i monumenti non sono che Cultura del passato), la gente muore o resta ferita in modo più o meno grave. Chi non ha avuto la fortuna (!) di finire al cimitero o all’ospedale, è costretto a vivere da sfollato senza casa, in baraccopoli d’emergenza provvisorie (niente è più duraturo del provvisorio, in Italia!), mentre le Autorità continuano a latrare che non si dimenticheranno dei poveri cittadini e si provvederà presto e bene. Ci sono poi atti di valore o umanitari fatti effettivamente dalle forze dell’ordine o da gruppi di volontari ed i giornali fanno servizi di due, tre, quattro pagine, con moltissime foto. Ma tutto questo è solo Storia, in via ufficiale. Ma cos’è davvero un terremoto e quel che ne consegue? Fabio Clerici (classe 1961), scrittore, poeta, viaggiatore appassionato e grandissimo amatore della montagna ci racconta la vera storia del terribile terremoto che colpì l’Emilia il 20 Maggio 2012 (poco più di tre anni esatti dopo la tragedia analoga che colpì l’Aquila). E ce la racconta con voce appassionata, da essere umano, non da scrittore professionista o da giornalista d’assalto, sperando di fare uno scoop che gli valga un Pulitzer (l’Oscar dei giornalisti). Io dico che è una storia VERA in quanto ho affermato sopra è solo un terremoto IN VIA UFFICIALE, raccontato in terza persona, dall’esterno, con tono gelido e professionale. Nessun coinvolgimento emotivo e tutte le virgole al posto giusto. Un servizio completo di tutto che ignora il dolore di chi ha perso un parente o un amico nella tragedia, che ignora il pianto dei bambini, terrorizzati da un evento imprevisto, o i versi delle bestie, non meno spaventate dei cuccioli d’uomo. Questa è una storia vista “da dentro”, narrata in prima persona attraverso le azioni di un gruppo di agenti della Polizia Locale (già Vigili Urbani), in trasferta sul luogo della disgrazia per prestar soccorso, in ogni modo (materiale e spirituale) alle vittime ed ai sopravvissuti, non importa se bestie o umani. Può piacere oppure no, questa storia, ma certo non è una vicenda da prendersi alla leggera. Stavolta è un fatto personale e nel momento in cui lo si legge si capisce che è Dolore vero, autentico sangue caldo, disperazione non di frutto letterario. Un vero schiaffoni piena faccia. Può piacere o no, ripeto. Dipende dalla natura e dal temperamento del lettore, ma non è un libro da prendere in sottogamba. É una testimonianza effettiva, diretta e personale, fatta sulla pelle nuda. E non per modo di dire. E, inoltre è un libro che vale il doppio, in quanto che Clerici è innanzitutto ed essenzialmente un poeta (ha firmato numerose, bellissime sillogi in passato. Il risvolto di copertina ne dà ampia lista) e questo suo sforzo letterario, in prosa, è un raro e non disprezzabile esempio di abilità e di sensibilità artistica. Non è facile davvero,come argomento da presentare ai lettori, vecchi o nuovi che siano. Non intendo commentare oltre. Troppo ci sarebbe da dire e questa è solo un a recensione. Ma chi leggerà questo testo non rimarrà deluso e dovrà rendersi conto che le tragedie mostrate dalla tv non sono un lavoro teatrale a firma Goldoni o Brecht. Qui si fa sul serio.

A cura del sito Blog Letteratura e Cultura di Lorenzo Spurio

Questo libro è un chiaro esempio di come la letteratura non debba e non possa essere meramente per diletto e volta all’intrattenimento, ma debba essere mossa da ragioni di carattere sociale e da un intento solidaristico che ha necessità di essere diffuso con attenzione e rispetto. Il libro di Fabio Clerici che il lettore si approssima a spaginare e a fruirne il contenuto è un resoconto di un “viaggio” un po’ particolare, particolare perché ha in sé solo un elemento tipico del viaggio, ossia quello dello spostamento fisico di una persona dal suo luogo originario. Non si parlerà di visite, fotografie e bisbocciate ma, al contrario, sarà una spedizione umanitaria spinta da un chiaro intento di aiuto, sostegno in una realtà drammatica dettata da Madre Natura. Si susseguono nel libro le descrizioni puntigliose con riferimenti ad orari, toponimi, durate, percorsi le vicende -trattate quasi in maniera cronachistica- come lo farebbe un reporter, un inviato sulla scena in questione, di un uomo che ha preso parte a una missione d’amore e di coraggio nei confronti dei suoi simili.  Il luogo dove si svolgono le vicende narrate è quello della zona emiliana attorno a Rovereto, Finale Emilia e Mirandola dove nel Maggio del 2012 la rabbia della natura scatenò una serie di scosse di importante magnitudo seminando morte, distruzione e abbattendo gli animi della gente: “Il disperato volo di due civette da un cornicione crollato, una folata di vento gelido che colpì alle spalle gli uomini in divisa e un violentissimo boato, furono il prologo di alcuni, interminabili secondi, ove la terra iniziò a sussultare, indietreggiando e avanzando“.  Nella narrazione, dove pure si sottolineano alcuni seri disagi che possono intercorrere in casi di dopo-sisma, come il bieco fenomeno dello sciacallaggio tra i ruderi delle case crollate e l’importanza e al contempo la pericolosità di mettere in salvo persone a mobilità ridotta, anziani e addirittura animali, il testo vira nella parte finale verso una ricerca delle cause, delle concause, come se l’autore voglia mettere sotto processo la natura. La natura che ci ha messo al mondo è benevola ed edenica, ma sa anche essere beffarda e irragionevole colpendo l’uomo alle spalle, lì nei piccoli borghi di provincia, di notte, come una tremenda sterminatrice che risucchia al suo interno per mezzo delle spaccature della terra. La possibilità che il sisma emiliano abbia potuto avere una correlazione con il poco noto fenomeno geologico di sfruttamento delle profondità terrestri da parte dell’uomo, denominato fracking, viene presa in considerazione.  Ma intorno a tanta desolazione, ai paesi spazzati via dall’onda d’urto, rimane la grande dignità del popolo che sa rimboccarsi le maniche e che vuole continuare a lavorare per un futuro: il protagonista assieme alla sua squadra (e a quelle di moltissime altre divisioni e dipartimenti giunte da tutta Italia) darà sostegno e protezione a rischio della propria vita e contribuirà ad inaugurare una nuova fase per la vita di quei luoghi che immancabilmente potrà iniziare solo con l’ordine di abbattimento degli edifici pericolanti.  Ci sarà la ricostruzione delle case e delle chiese e lentamente anche quella degli animi.  Nulla si dimenticherà e quelle ferite che la madre terra ha prodotto sugli edifici e sul terreno, dividendo l’unità e la coesione di cui sempre era stata figura, rimarranno nei cuori di chi ha vissuto quella tragedia. Ferite che non si rimargineranno mai come osserva una ragazza che ha vissuto sulla sua pelle il terrore di quel terremoto nelle lettere finali dove si susseguono frasi paurose e al contempo pregne di dolore in grado di far stringere il cuore al lettore tranquillo sulla sua poltrona mentre sta leggendo. Perché eventi come questi cambiano la vita e la prospettiva dell’uomo con il mondo: “Ritenetevi fortunati perché non collocate gli avvenimenti prima e dopo il terremoto […] Sorridete perché scrivendo su Google immagini il nome del vostro paese non usciranno foto di case crollate“.  L’esperienza di Fabio Clerici ci è utile per avere una prospettiva diversa sulle gravi condizioni di un dopo-terremoto, su uno scenario simile all’apocalittico The Waste Land di T.S. Eliot. Ma non si tenderà al nulla, alla vanificazione di tutto e alla pietrificazione della disperazione: dal misto di sangue, sudore, calcina, acqua, fango, dolore e terrore, ci si incamminerà verso una ricostruzione che, come tutte le ricostruzioni, non sarà facile né lenta. Di certo Fabio Clerici con questa opera consente di aggiungere un mattone in più in quel processo di riedificazione materiale delle città distrutte e contribuisce con un tiepido conforto a sostenere coscienze sopraffatte dalla tragedia. 

A cura del sito www.infermieristicamente.it 

TERREMOTO, SCONVOLGIMENTO, DISTRUZIONE, URLA, UOMINI, SOCCORSI, DISSESTO, AFFETTI, PERDITA, UOMINI IN DIVISA, AMICIZIA, SOSTEGNO, UMILTA’, FORZA, CONSAPEVOLEZZA, RICOMINCIARE SI PUO’

Molti hanno scritto fiumi di parole circa la distruzione materiale ed emotiva, che un dissesto naturale come il terremoto crea in qualsiasi tessuto sociale.  Fabio Clerici scrittore, poeta e uomo vissuto in contesti professionali relativi l’emergenza, racconta attraverso gli occhi ed il cuore dei suoi personaggi, un terremoto diverso, anzi il terremoto diviene il pretesto per narrare “storie”, vicende di uomini, donne, anziani, filtrati attraverso una quotidianità che è venuta meno invertendo e modificando priorità e sentimenti. Quest’opera è un pensiero trasversale a ideologie, razze o condizioni sociali, tutte accomunate da case crollate e destini comuni.  I campi profughi, la nuova speranza dei bambini coinvolti, l’importanza di recuperare dalle macerie della vita, un piccolo oggetto, a volte solo una foto, oppure non ultimi gli animali forzatamente abbandonati o fuggiti nel corso degli eventi tellurici, sono il palcoscenico emotivo dei racconti narrati.  E sullo sfondo altri uomini, venuti da Milano e appartenenti alla Polizia Locale, giunti in punta di piedi per cercare di lenire e suturare le profonde ferite della terra e delle anime.  Questi giovani (e meno giovani) in divisa non sapevano che avrebbero ricevuto più di quanto profuso, in una terra che gli accoglieva come figli veri.  Il protagonista, Bruno Sollier, esperto agente catapultato in terra emiliana a svolgere servizio di ordine e soccorso si confronta con un mondo sovvertito dal sisma, ove le priorità appartengono unicamente alla logica della sopravvivenza: materiale, emotiva e affettiva. Sentimenti violenti e per certi versi “irripetibili” sono il nutrimento delle vicende narrate, con personaggi che fanno da cornice al quadro emotivo del protagonista, il quale coglierà l’esperienza emiliana, come pretesto per mettere in discussione l’intera sua vita.  Il servizio antisciacallaggio, il supporto pratico alla popolazione, lo spirito di servizio nel rapportarsi con chi del dolore ne aveva fatto il pasto quotidiano, ha rappresentato la ricchezza più grande; un sorriso, l’abbraccio di un’anziana signora, una stretta di mano, un “grazie” a voce alta ha incarnato la felicità più vera e di questi valori il libro ne contempla l’essenza più tangibile.  Non una cronaca giornalistica, ma l’inquietudine dell’anima è la struttura portante della narrazione che con i suoi 13 racconti, 3 poesie e testimonianze reali, risulta essere uno strumento di riflessione personale e collettiva sulle origini e le cause di un evento tanto catastrofico quanto forse prevedibile.  L’autore, con questo libro ha inteso “congelare” l’attimo di un evento irripetibile e per certi versi testimone delle nostre debolezze.  Un testo che lascia il lettore padrone di percorrere il proprio sentiero di consapevolezza e curiosità, coinvolgendolo fino in fondo in un arcobaleno di emozioni. I luoghi descritti nei quali si muovono i personaggi sono reali, ma il pensiero dell’autore accomuna tutti i paesi e le persone che vissero in stato di totale impotenza, il dramma di Madre Natura.  Un evento teatrale supporta la presentazione dell’opera. Lo spettacolo si sviluppa nel racconto di Bruno il protagonista che di volta in volta apre alcune finestre su altrettanti “casi” fra loro indipendenti e non temporalmente consequenziali, dipingendo un quadro a tinte diverse con modifica di scenari e attori, che uno dopo l’altro attraversano la rappresentazione. L’attore Lino Fontana si inerpica nell’emozione narrativa affrontando le fasi salienti della struttura dell’opera letteraria, esaltando la tipicità dei personaggi e la drammaticità dei luoghi, non tralasciando spunti di marcata ironia che va a stemperare una struttura recitativa impegnativa ed emotivamente importante. Le musiche e le immagini proiettate completano il percorso della parola e ne rafforzano l’intensità. Il monologo proposto si sviluppa in un tempo di circa 55 minuti con breve introduzione iniziale dell’autore del libro.

A cura della rivista IL RILE

Un terremoto diverso quello descritto, anzi il terremoto diviene il pretesto per narrare “storie”, vicende di uomini, donne, anziani, filtrati attraverso una quotidianità che è venuta meno, invertendo e modificando priorità e sentimenti. Quest’opera è un pensiero trasversale a ideologie, razze o condizioni sociali, tutte accomunate da case crollate, destini comuni, misteri e silenzi, dei quali la popolazione chiede conto. I campi profughi, lo sciacallaggio, la nuova speranza dei bambini coinvolti, l’importanza di recuperare dalle macerie della vita un piccolo oggetto, a volte solo una fotografia, il ripristino della socialità, a fronte dei dissesti materiali ed emotivi, oppure non ultimi gli animali forzatamente abbandonati o fuggiti nel corso degli eventi tellurici, sono il palcoscenico dei racconti narrati. E sullo sfondo altri uomini, venuti da Milano e appartenenti alla Polizia Locale, giunti in punta di piedi nelle località di Novi di Modena e la sua frazione di Rovereto sulla Secchia, per cercare di lenire e suturare le profonde ferite della terra e delle anime.  Il protagonista, Bruno Sollier, esperto agente “catapultato” in terra emiliana a svolgere servizio di ordine e soccorso si confronta con un mondo sovvertito dal sisma, ove le priorità appartengono unicamente alla logica della sopravvivenza: materiale, emotiva e affettiva. Sentimenti violenti e per certi versi “irripetibili” sono il nutrimento delle vicende narrate, con personaggi che fanno da cornice al quadro emotivo del protagonista, il quale coglierà l’esperienza emiliana, come pretesto per mettere in discussione l’intera sua vita… Fabio Clerici è nato a Milano nel 1961 ove vive e scrive. Agente della Polizia Locale di Milano, si è occupato per numerosi anni di reati concernenti i maltrattamenti di minori e fasce deboli e oggi presta servizio nell’Unità Problemi del Territorio, trattando criticità in ambito urbano. Appassionato di letteratura fin da giovanissimo, apprezza scrittori e poeti con generi letterari diversi.  Adolescente scrive i suoi primi racconti e poesie che pubblicate nell’anno 2006, sono inserite in numerose raccolte antologiche e in concorso a premi letterari hanno ottenuto favorevoli piazzamenti. L’autore ha pubblicato tre libri di poesia. Da anni condivide esperienze letterarie con alcune associazioni culturali e nel mondo della scuola, per la diffusione poetica in ambito didattico-scolastico. Attivo da decenni nel mondo del volontariato. Recensisce e presenta nuovi autori, nell’ambito di programmi letterari radiofonici. Il libro è presentato con il supporto di un monologo teatrale dell’attore milanese Lino Fontana, musica e multimedialità. Fabio Clerici ha partecipato alla spedizione “Emilia 2012”

A cura della rivista L’ALPINO

Clerici, scrittore e poeta, è attivo da anni nel mondo del volontariato e collabora con numerose associazioni culturali. Il libro non è una cronaca giornalistica del terremoto in Emilia ma, con i suoi 13 racconti, le poesie e le testimonianze, congela l’attimo di un evento drammatico e irripetibile. Lui stesso ha trascorso tre settimane in Emilia da soccorritore. Sua anche l’idea di un testo teatrale che prende spunto dal libro: per la sua rappresentazione non vengono chiesti rimborsi in denaro ma soltanto la possibilità di vendere il libro prima o dopo l’evento. 

Marzia Carocci

Fabio Clerici ha passato tre mesi in missione di soccorso in Emilia, dopo il tragico evento del sisma che ha distrutto, terra, famiglie e quotidianità di una vita normale. Un libro che attraverso i suoi tredici racconti, le sue testimonianze, le fotografie, diventa un autentico reportage che attira il lettore in qualcosa che porta alla riflessione e alla consapevolezza di quanta violenza può produrre una natura che dovrebbe amare i suoi figli.  Un libro che commuove, che ci fa sentire testimoni di uno scempio contro il quale non si può fare nulla se non ricostruire, tassello dopo tassello ogni piccola cosa, ogni quotidiano gesto, ogni bisogno di normalità perduta.  L’autore, attraverso i suoi personaggi, uomini e donne in divisa, attraverso la loro sensibilità e caparbietà nell’aiutare, ci mostra uno sfondo surreale, dove ha importanza anche una semplice foto, un sorriso e un grazie, dove si respira l’essenza di chi ha subìto, un’essenza fatta di coraggio, di speranza dove le lacrime non servono, ma è utile l’aiuto, la comprensione, la tenacia di esistere e persistere nonostante la terra tremi e spesso faccia sentire il suo latrare continuo.  Racconti di testimonianze dove tutto è utile; il servizio antisciacallaggio, come supporto alle vittime del terremoto, quel cancro del male che non teme il dolore altrui, ma anzi, cerca di trarne vantaggio sporcando e infangando una terra già martoriata e denigrata; c’è bisogno di psicologi per aiutare i bambini a recuperare e assorbire l’impatto con il terrore e il cambiamento repentino di vita, ormai lontana dall’essere infanti, poi serve la mano, l’abbraccio, la pacca sulla spalla, la parola all’anziano e a chi ha perduto irrimediabilmente ciò che è stato della propria vita.  La scrittura di Fabio Clerici è fluida, ricca di particolari e nonostante l’ambientazione, la situazione e la crudeltà dell’accaduto, egli non indurisce l’idioma, anzi ne fa quasi carezza come se volesse usare una sensibilità particolare alla descrizione di tanto male, egli infatti sottolinea anche passaggi molto commoventi, come l’importanza di una foto per una donna che ormai non ha più niente, la foto di un figlio deceduto giovanissimo, così come descrive la riconoscenza della gente, ricordando i sorrisi, il rispetto, l’educazione.  Dal libro viene fuori un quadro ricco di colori dove non prevale solo il nero, ma tante sfumature di rosa che fanno parte della speranza, della voglia di farcela, il cuore pulsante di una popolazione coraggiosa, forte, esemplare: quella degli Emiliani, uomini e donne che nonostante la terra e le sue scosse, l’abbiano inginocchiati, graffiati, insultati, violentati, hanno saputo rimboccarsi le maniche nonostante tutto.  Grazie all’aiuto fondamentale di gente straordinaria come Fabio Clerici e tutti i volontari del servizio civile e gli agenti di Polizia Locale, questa popolazione non si è arresa e forse sono loro, proprio loro, il GRIDO DELLA TERRA più forte e imponente, l’urlo della difesa alla vita e alla normalità dell’essere umano! 

Carlo Santulli per  “Progetto Babele”

Il grido della terra” (titolo ripreso, non so se consapevolmente, da un nobile film neorealista di Duilio Coletti) è quello del terremoto che sembra esplodere con mille tonalità e accenti diversi all’improvviso, e del quale non possiamo dirci del tutto sicuri di conoscere origine e fine. In questo caso, il che accresce il nostro senso d’angoscia, può accadere anche che tale forza subitanea si manifesti in luoghi, e questo è il caso dell’Emilia narrata da Fabio Clerici (Tracce per la Meta Edizioni, 2013), dove non pensavamo (né noi né molti “addetti ai lavori”) si potessero correre questi rischi. A questo punto per il narratore è difficile non fare sensazionalismo ed è altrettanto, se non di più, difficile, far capire che si racconta per aiutare le persone coinvolte e non per metterle inopinatamente al centro del palco mediatico coi riflettori puntati sul volto sofferente, il che accade senz’altro, per le storie di composta dignità e di dolore privo di enfasi che si trovano in questo libro. Accade, questo piccolo miracolo dell’empatia e della partecipazione umana, perché dietro c’è l’anima di un poeta come Fabio Clerici. Che sa descrivere quello che vede con passione ed anche con rabbia, quando parla di episodi di sciacallaggio, ad esempio, ma sempre con una gentile attitudine a non caricare troppo i toni e a non sottolineare troppo dettagli che potrebbero non aggiungere molto alla narrazione. Ma che sa anche farsi da parte all’occorrenza, presentando le vere voci degli abitanti di Novi di Modena e Rovereto sulla Secchia, che sono, sia detto incidentalmente ma non senza significato, i luoghi dove l’esperienza di Progetto Babele, pur virtuale, ha avuto origine: lo dico anche per spiegare quanta sintonia possa sentire con l’autore di questo bel libro. Per presentare le vere voci non basta prestar loro un microfono, come forse avrebbe fatto un cronista d’assalto, ma far tralucere la loro personalità, che rende indimenticabili tanti di questi personaggi, come il giovane che timidamente chiede di rivedere la sua casa, come la famiglia che attende la demolizione della propria abitazione danneggiata con una composta reazione, dove c’è spazio, ancora e sempre, per gli altri, per coloro che stanno peggio, per quelli che il Vangelo definisce gli “ultimi”. E tanti altri sguardi che vale la pena di riconoscere nella lettura di queste pagine.  E’ un libro che dà una dolce speranza, non buonista, ma autentica, specie in un momento in cui questo paese, ma anche il mondo intero in certo senso, hanno necessità di trovare il senso di un “contratto sociale”, non scritto, che prescinda dai nostri interessi personali, nella consapevolezza che se staremo tutti meglio se ognuno di noi senza eccezioni potrà star bene e lenire le proprie cause di sofferenza. Quello che gli agenti di Polizia Locale, partiti da Milano verso le zone terremotate dell’Emilia, hanno ben chiaro, pur con tutte le loro piccole debolezze di uomini. Perché questo non è un libro che parla dell’eroismo di un giorno, bensì ci fa capire come potrebbe essere migliore la vita di ogni giorno se tenessimo conto, senza filtri o ipocrisie, dell’altro nel fluire continuo della nostra esistenza e non solo nei “momenti forti”. 

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IL SENSO DEL VIAGGIO

Katia Belloni per “Il Convivio”

Clerici nasce a Milano dove vive e scrive. Già in età adolescente compone le prime liriche e brevi racconti legati all’amore e agli affetti famigliari. Appassionato viaggiatore ed amante della montagna, nel 2007 pubblica il suo primo libro “DEDICATO A TE…“, nel 2009 viene pubblicato “LE PAROLE E LA PIETRA“, il terzo libro si intitola “IL SENSO DEL VIAGGIO VIAGGIANDO NEI SENSI” ATLANTE POETICO, dove affronta il tema del viaggio. Leggendo alcuni punti del suo libro IL SENSO DEL VIAGGIO, ci fa capire quanto sia importante il nostro viaggio interiore, cioè l’anima. Vorrei riportare riflessioni personali che ha scritto Clerici su questo libro. Il viaggio è un percorso tattile, visivo, uditivo, olfattivo, gustativo, prendendo coscienza del “se”. Nel capitolo “viaggi senza valigia”, l’esplorazione assume una dimensione intima ed emozionale, con poesie che raccontano la nostra essenza più profonda. I viaggi dell’anima si trasformano nel quotidiano vivere, affrontando gli aspetti più significativi del panorama esistenziale. Il suo modo di scrivere mi ha incuriosito molto, così ho voluto mettermi in contatto con lui, facendogli una semplice domanda: Il colore della poesia, che cosa significa per lei? Clerici: “Il colore della poesia è dipingere ogni giorno una diversa sfumatura, pennellare l’impulso dell’anima, cercare di riempire la tela bianca e lo scontato quotidiano. Il colore della poesia è dare vita alle parole rendendole emozione“. Breve citazione che mi ha scritto il poeta: “Lirica dopo lirica, ci prende per mano e dolcemente ci accompagna nel turbinio che il viaggio della vita riserva a chi, curioso, si approccia al trascorrere degli eventi”. “Clerici è un vero poeta, le sue parole entrano nel cuore e nell’anima!”. 

Hugo Salvatore Esposito

Che esista un rapporto ineludibile tra la scrittura e i luoghi vissuti e ammirati è evidenziato dagli incipit, soprattutto quello iniziale di Goethe (“Sono i viaggi la migliore formazione dell’essere umano intelligente.”) che annunciano l’esercizio poetico. Leggendo le storie, le descrizioni dei luoghi visitati, le riflessioni e gustando i versi, contenuti nel libro – “Il senso del viaggio” – del poeta Fabio Clerici, il lettore, preso da un irresistibile desiderio d’intraprendere insieme all’autore un’esperienza di viaggio, certamente per conoscere i luoghi meravigliosi visitati, nell’andare verso la meta, scoprirà altresì un moto intenso dell’animo e quell’anelito, spesso non ascoltato o trascurato, di dialogare con il proprio “abitatore interiore” e riconducendo la mente in quella casa segreta soltanto nostra e non scrutabile da nessuno, che siamo soliti chiamare interiorità.  Ora, considerando che l’autore è un autentico viaggiatore e ha visitato tanti luoghi, prima di analizzare la sua poetica, proprio per esaltare il suo “viaggiare nei sensi”, è necessaria una breve riflessione sulla “particolarità del luogo”, inteso come “luogo” meraviglioso (e per alcuni sacro), dove osservare e certamente contemplare la bellezza della natura nelle sue forme e sfumature, ma nel quale percepire con tutti i sensi, l’intensità e l’energia, i suoni e i colori, il particolare linguaggio e tutta quell’atmosfera di magia e di mistero che, istante per istante, si rivela all’attento e sensibile osservatore. Thomas Moore afferma:  “Il nostro tempo ha la tendenza ad annacquare i particolari della vita in generalizzazioni o astrazioni, le quali però non hanno una gran voce interiore perché nessuno le abita … nessuna scintilla e nessuna perla, nessun volto e nessuna voce. Facciamo lo stesso con i luoghi: dimentichiamo che una località ha il suo personale carattere e la trasformiamo in un punto astratto su una carta geografica, la usiamo per mille impieghi diversi e costringiamo il suo spirito a nascondersi …“. Ora, se non volete trasformare il luogo visitato in un punto astratto su una carta geografica, dovete farvi prendere dall’incantamento. Infatti, Fabio Clerici, in questo suo ultimo libro, conduce il lettore negli stupendi paesaggi, nei suoi “viaggi con la valigia”, in luoghi meravigliosi nei quali ritrovare quel misterioso sortilegio che s’impadronisce di noi al cospetto della natura e che, provocando un’atmosfera di fantasia, s’insedia nella nostra mente e la precipita in un vortice di rapimento: “Seduto oltre il vetro, / alle bianche barche il percepir / leggero l’ondeggiare, / tiepido il sole che riscalda / l’immaturo inverno…“. Infatti, il viaggiatore s’innamora di un luogo, di un paesaggio, s’imbatte in una tumultuosa, risplendente cascata nella tranquillità e quiete di un giardino, di una foresta, di un luogo magico e, come accade spesso, cade vittima della malia, dell’incanto intricato e di quel fascino irresistibile …  La vita sarebbe ancor più monotona e piatta se non fosse costellata d’istanti durante i quali siamo sopraffatti dalla bellezza delle cose che ci circondano, dall’immaginazione e da quella curiosità amplificata da una particolare caratteristica della natura, da uno spirito o da una voce che parla dal profondo di una cosa animata e carica d’energia.  Ora, leggendo soprattutto le poesie della raccolta “Viaggi con la valigia”, i lettori scopriranno quel determinato panorama, quello stupendo paesaggio descritto e vedranno la luce e i colori di ciò che, al tempo, osservò l’autore.  La fantasia farà brillare i vostri occhi, sentirete e vi nutrirete della stessa energia del luogo visitato e declamato dal poeta. Sarete accarezzati dal movimento del vento, dallo sciabordio delle onde e gusterete il profumo di salsedine … Voi state osservando con stupore e quello che vedete non è solo quello percepito e descritto dall’autore, ma certamente state gustando e assaporando tante altre cose legate all’istante e al tempo che trascorre. Tutte queste sensazioni l’autore le ha provate intensamente nei suoi viaggi, appunto con la valigia, e con il suo libro esplica quel desiderio di comunicarle agli altri sotto forma di versi incisivi e strutturati.  Nella sezione “Viaggi senza valigia”, il desiderio di andare oltre i limiti della condizione esistenziale è evidente e l’autore l’affida ad evocazioni di “fuggevoli emozioni, / di notturni silenzi, / abbracci e carezze” che gli permettono nell’umano turbamento ” di giungere alla meta”. Ma esiste una meta? Le mete, che ci proponiamo, a volte sono come le risposte: sono sempre provvisorie. Il poeta, “nel delirio dell’ignoto”, nei silenzi, negli spazi vuoti e in quei varchi nascosti, studia se stesso, scopre le contraddizioni, il senso ultimo della vita, il dolore, le paure, e certamente i ricordi dei suoi numerosi viaggi che gli procurano gioia e felicità.  Il poeta “percorre la confusa mente” e, “bucando la nebbia dell’anima”, approdare in quel mondo che incanta e stupisce, ma che conduce a una sofferta e umana solitudine esistenziale. La poesia diventa ricerca di equilibrio e di serenità e il ritmo, fortemente scandito nella brevità dei versi, diventa battito di un animo sensibile che non ha necessità di concettualizzare il pensiero, poiché il significato sta nella sincerità e trasparenza del suo dire in versi e in prosa: poesia molto fluida che, a tratti, diventa diaristica e, legata alle sensazioni, alle suggestioni paesaggistiche e memoriali di luoghi e paesi visitati: poesia che conduce il lettore a cogliere le intermittenze del cuore, quelle “corrispondenze” che lo portano a essere fruitore e coautore.  Magia della poesia che universalizza stati d’animo individuali, che suscita emozioni e suggestioni, affacciandosi sul mondo inesplorato di ciascuno; ne scaturisce un’opera di ampio respiro, scritta con impegno e cura e suscettibile nelle prossime puntate di sviluppi interessanti.  La lettura delle composizioni poetiche è sempre un fatto soggettivo. Tuttavia, i poeti sono ben consapevoli delle difficoltà cui vanno incontro quando, con carta e penna, si mettono sul sentiero dei versi: difficile arte il poetare, poiché un testo poetico deve saper conciliare l’equilibrio tra significato e significante, tra silenzio, suono e ritmo della parola e deve, altresì, trasmettere quella voglia di trasparenza e ambiguità che esplora, esalta e seda la solitudine creativa dell’artista. 

A cura di viagginelmondo.it

“Il senso del viaggio viaggiando nei sensi” Atlante poetico, è un progetto del poeta e scrittore milanese Fabio Clerici, appassionato viaggiatore ed amante della montagna. Nel realizzare il presente libro, l’autore ha inteso condividere con i lettori le proprie esperienze di viaggio, utilizzando una nuova forma poetica per descrivere luoghi ed incontri, non tralasciando il mondo interiore, le sue emozioni e gli innumerevoli interrogativi che esso pone.  Un libro che può rivelarsi una piacevole guida turistica “in poesia” ove il viaggio attraversa 15 sensi e dove ogni esperienza diviene unica e condivisa. Nel percorso di lettura, le liriche si sviluppano armoniosamente in due principali capitoli (viaggi con la valigia e viaggi senza valigia), ove il principio che caratterizza il primo capitolo è la descrizione poetico ambientale dei luoghi realmente visitati con cenni di carattere storiconaturalistico, come per la regione francese della Normandia con il ricordo dello sbarco degli alleati del 1944, la dolce Provenza ed i suoi profumi e El Alamein, ricordando i numerosi soldati italiani caduti nella guerra di occupazione. Le liriche ripercorrono altresì le giovanili emozioni di viaggio a bordo di cigolanti treni e vecchie automobili, l’osservazione degli occupanti di uno scompartimento ferroviario, l’emozione di un decollo in aereo, la descrizione di paesaggi naturali mcontaminati, il rapporto simbiotico con l’elemento natura (mare montagna) e la pace che dona un bivacco in alta quota. Il viaggio filtrato con le percezioni di un non vedente nel deserto che vive l’intensità sensoriale senza coglierne gli aspetti prospettici.  Il viaggio come pretesto per sollecitare i sensi prendendo coscienza del “sé”. Un percorso tattile, visivo, uditivo, olfattivo, gustativo, nelle liriche che rievocano luoghi reali con percezioni reali.  Nel capitolo “viaggi senza valigia” l’esplorazione assume la dimensione intima ed emozionale, con poesie che raccontano la nostra essenza più profonda. I viaggi dell’anima che giornalmente si trasforma al cospetto del quotidiano vivere, affrontando gli aspetti più significativi del panorama esistenziale.  Questo “Atlante poetico” risulta essere uno strumento emozionale per navigare “nella coscienza dei sensi” che all’itinerario dona il più profondo senso. Un solco per tracciare il canale passionale di colloquio con il “nostro” viaggio reale o interiore/esistenziale.  Il percorso sensoriale si avvale altresì di bellissime tavole pittoriche dell’artista Antonio De Blasi che rendono particolarmente “istintivo” il cammino delle parole e donano ricchezza ai contenuti letterari. La valenza del progetto letterario si evidenzia nell’utilizzo niultidisciplinare del supporto che all’occorrenza diviene un’ originale “guida turistica” consultabile “in poesia” ma ricca di suggerimenti utili al “viaggiare consapevole” e a chi si accosta per la prima volta alla lettura di poesie.  Brevi citazioni “sul viaggio”, “un diario di viaggio” ed il racconto finale “Il sesto senso” arricchiscono l’opera, che lirica dopo lirica, ci prende per mano e dolcemente ci accompagna nel turbinio dei colori che il viaggio della vita riserva a chi curioso si approccia al trascorrere degli eventi. 

Carlo Santulli per “Progetto Babele”

Per chi ama il treno, e pensa che viaggiare sia portare in giro il proprio mondo interiore, più che soltanto il proprio corpo e i propri bagagli, apprezzerà senz’altro come me, queste immagini di un treno pieno di speranza. In questa raccolta di poesie, la seconda, di Fabio Clerici, “Il senso del viaggio. Viaggiando nei sensi. Atlante poetico”, dove “il profumo di treno”, sensazione amorosa più che ossimoro, si mescola ai pasti frugali consumati in viaggio, come si mescola alle emozioni vissute in questi frangenti, appunto un viaggio nei sensi. In un momento nel quale per esempio spariscono i treni notturni dal Sud, perché siamo diventati più moderni e, come in ogni avanzamento del mondo e della tecnologia, obliteriamo e perdiamo qualcosa, il ricordo del poeta serve anche, in modo quasi circolare, a riportarci ad un passato dal quale non si fugge, che non ci deve ossessionare ma che dobbiamo sentire vivo nonostante tutto. Sì, certo, il mondo è un libro e lo stiamo sfogliando con attenzione e con continue sorprese e può essere un viaggio lo stesso scivolare tra queste poesie, che stavolta brillano particolarmente per semplicità e linearità. Non è nell’ispirazione di Fabio Clerici l’eccessiva complicazione né si lascia velare da un’ostinata ricerca di senso: il senso lo trova nelle cose che vede e descrive. Come già mi capitò di osservare per la sua prima raccolta, “Le parole e la pietra”, in quanto si tratta di una poesia fortemente calata nelle cose e tra le cose di ogni giorno, che possono brillare di una luce inattesa ma non sospetta. L’autore parla ad un certo punto di “mondo pacificato” ed in effetti forse quello che questa raccolta vuole comunicarci è proprio questa sensazione di afflato universale di pace, una poesia che ci guarisce, ci sana, prima di tutto dalle nostre fisime di intellettuali. A questo riguardo l’immenso nulla del Sahara può valere come i grappoli d’autunno o come il dormiveglia del poeta ragazzo nella Giulietta grigia dei genitori (specialmente il ricordo del padre percorre in vari punti il viaggio poetico). E il viaggio trova anche accenti più intimi e riservati, come nel caso di “Così vorrei riposare”, di cui ricordo l’ispirata chiusa: “così vorrei riposare/ricordando l’emozione/di quella solitaria chiesetta/in fondo al sentiero…”.  Sono indubbiamente poesie che si prestano alla recitazione e al dono, che è poi quello che Fabio fa spesso, ma direi quotidianamente nelle sue intenzioni, ai lettori del suo libro, come anche a coloro che ascoltano le sue frequenti letture poetiche. Ed è bello che sia così, perché, tra i mille impegni e le tante distrazioni, non siamo più abituati a prestare attenzione alla voce di un poeta.  La silloge si chiude con un racconto, “Il sesto senso”, dove ancora una volta ricorre la tematica del viaggio, proprio nel senso che dicevo prima, cioè quello di percorso tra le emozioni, prima ancora che tra i fatti. Questo racconto non soltanto trova una dimensione onirica ed anche una qualità di scrittura non banale, ma rappresenta anche qualcosa di quel che Clerici ci riserva: sempre un poeta sì, ma forse stavolta in prosa, con una vera e propria raccolta di racconti. Che aspettiamo con interesse in questo 2012. 

Vittorio Verducci per “Il Convivio”

Un viaggio, quello percorso da Fabio Clerici, suddiviso, come fa notare Maria Cristina Del Torchio nella sua breve, ma intensa prefazione, in “due strade parallele, quella dell’itinerario per sentieri sconosciuti e l’altra, quella del viaggio negli strati della memoria”. Nella prima strada, che è la prima parte del libro, dal titolo “viaggi con la valigia“, il poeta ripercorre i luoghi da lui realmente visitati, dando libero sfogo a tutto l’universo delle emozioni e delle sensazioni provate. Un percorso che, perciò, lui definisce “attraverso i cinque sensi“. L’autore inizia il suo viaggio ripercorrendo le emozioni degli anni giovanili sopra treni cigolanti. E fin dall’inizio lo troviamo impegnato in quella che è la sua peculiarità stilistica fondamentale : una precisa scelta di parole, dai suoni allitteranti e legati ai sensi. Leggiamo qualche verso: Sferraglia dondolando / nel lento accelerare / il lungo serpentone… L’incedere dello stridere / di ferrose ruote nell’accelerare. L’allitterazione qui è data dalla lettera “r” che, ripetuta spesso nelle parole, fa “sentire” al lettore il procedere faticoso e tormentato del treno sui binari, verso la sua destinazione; e in realtà non è il solo sferragliare del treno, ma la fatica stessa, soprattutto psicologica, dell’autore ancora ragazzo, nell’allontanarsi dal luogo natìo.  Le composizioni che seguono si aprono alla descrizione di ambienti e paesaggi, sempre effettuata tramite una scelta di parole e dati sensoriali che permettono ai versi di trasformarsi in profumi, in colori, in sapori, in visioni luminose. Esaminiamo, a mò d’esempio, un’altra poesia, “Camminando nel tempo“, in cui il poeta racconta un suo viaggio a Schwangau, in Baviera, regione ricca di monti e di laghi. Anche ad una lettura superficiale si nota come l’autore sappia ben servirsi di termini onomatopeici e allitteranti per trasmettere suoni, rumori smorzati dell’ambiente, fusi a visioni di sereno e di luce. La luce è, forse, l’elemento sensoriale che torna più ricorrente del nostro, come si può notare in “Divino Pittore” in cui si descrive il lago Fuschl, Chi quella tela dipinse / ai colori donare materiale vita?,dice il poeta. Colori che si fanno quasi immateriali nelle “impalpabili case” ma che tornano a sfolgorare d’indicibile bellezza nelle “verdi propaggini aggrappate“, nel lago che è un dormiente smeraldo / nei verdeggianti prati insinuato.  Ma nessun senso è trascurato. Nella poesia “Dormi nei secoli“, dedicata alla città di Atene, è il senso dell’olfatto a prevalere, e che conduce il poeta a deliziarsi di “orientali profumi” delle spezie e a immergersi nel profumo di rosmarino e menta / di zafferano e timo. Sensazioni che si fondono, poi, con quelle visive delle cassette di “coloratissima frutta” e del “freschissimo pesce“, e con tutti gli altri dati sensoriali per dare, di Atene, l’idea di una città dove si può piacevolmente sostare. Ed è così che il poeta va avanti, col suo viaggiare tra città e ambienti , di ognuno descrivendone, e con efficacia, le caratteristiche più importanti, e dando alle sue composizioni come l’aspetto di una guida turistica.  La seconda parte, quella dei viaggi “senza valigia” è un penetrare, da parte dell’autore, attraverso i sentieri della sua memoria per raccontare il suo essere più profondo, e cioè le essenze costitutive dell’anima. Qui la poesia si fa più intimistica, più meditata, e l’anima viene messa a contatto con il vivere quotidiano per analizzarne le reazioni, i mutamenti, la catarsi: Anche qui viene raccontato il momento della partenza, col poeta intento a preparare il suo zaino con dentro l’occorrente, preoccupato anche di prepararsi “una cartina per mai smarrirsi“, costituita dai “solitari dolori”, da “una visione nuova del mondo”, dalla “nascente letizia”. Ora può attraversare i meandri del cuore, raccontando le sue esperienze infantili, oppure le avventure d’amore, forse per approdare, come lui dice citando Hugo Pratt, al di là degli oceani, in un’isola dove potrà riposare ed amare. Un viaggio, si ribadisce sempre all’insegna dell’intimità , perché,- ed ora cita S. Agostino – “gli uomini viaggiano per stupirsi degli oceani, dei monti, dei fiumi e delle stelle, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”. Impreziosiscono il libro un bel racconto (un sogno inquietante) e diverse belle tavole pittoriche dell’artista Antonio De Blasi

Marzia Carocci

Un itinerario di emozioni è quello che ci propone Fabio Clerici con questa silloge poetica. Liriche che con parole nuove, e dotate di una semantica particolarmente descrittiva ci propone con eleganza regalandoci emozioni “visive”in un immaginario che si apre in tutto il suo splendore in una sorta di policromie e musicalità. Il libro si compone essenzialmente in tre parti.  I viaggi che l’autore ha realmente fatto, egli ne racconterà con maestria di versi ben costruiti, i luoghi, i paesaggi, gli edifici ; emergeranno dalle righe cartoline dalle quali sprigioneranno i profumi, i rumori, le sfumature; sentiremo le emozioni , le riflessioni e gli incanti ch’egli ha assimilato nei suoi itinerari.  I territori da lui “assaporati” con il cuore, con l’interiorità saranno per il lettore luoghi aperti all’immaginario, poiché Fabio Clerici riesce a darne i contorni e le particolarità creando un ponte fra gli occhi che hanno visto e il materializzare nero su bianco l’esperienza emozionale vissuta.  La seconda parte del volume, è quella introspettiva dove vi saranno quei viaggi mentali ,quei voli pindarici che ogni uomo cerca per trovare l’essenza della vita stessa.  Qui vi saranno riflessioni e quesiti, rimembranze e nostalgie cullate. Passi delicati e graffi dell’anima dove l’uomo in quanto umano mostra nella sua nudità di apertura interiore.  Fra le righe, il poeta spazierà fra tormenti ed emozioni, fra certezze e speranze, qui tutta l’essenza dell’uomo, prenderà forma e consistenza.  Nella terza parte, meravigliose tavole dell’artista Antonio de Blasi, queste saranno la poesia nella poesia, l’anima descrittiva al pensiero del poeta. Una visione reale e non più onirica dell’immaginario.  Il tutto sarà un viaggio fuori e dentro l’anima dove ognuno di noi potrà sentirsi partecipe di emozioni e vibrazioni, dove ci sentiremo compagni di strade, di luoghi, di sensazioni., compagni di uno stesso tempo , viaggiatori d’umanità e spazi infiniti! oubliettemagazine.com 

Tina Piccolo Fondatrice del Premio Internazionale “Città di Pomigliano d’Arco”

Siamo tutti viaggiatori lungo i sentieri della vita e scopriamo sempre cose nuove, guardiamo e osserviamo panorami di emozioni… Lo fa con intensità, curiosità, voglia di conoscenza e amore lo scrittore e poetaFabio Clerici… Si inoltra in paesaggi che poi la sua prolifica penna, magistralmente descrive. Con le sue liriche ci offre un vero e proprio Atlante poetico, facendoci cogliere profumi, sapori, usi e costumi del suo pellegrinare reale e psicologico. E’ un susseguirsi di immagini che lasciano dentro la mente del lettore impronte di vita… Fiumi, monti, paesi, città, un dipanarsi di luoghi e di memorie affascinante e significativo… Clerici ci fa viaggiare dentro di noi e ci aiuta a conoscerci meglio nelle reazioni emotive che trovano nella sua poesia “una vera e propria catarsi”. Così mentre si percorrono strade si aprono squarci emozionali a sorpresa… Il volume, impreziosito da tavole pittoriche di Antonio De Blasi, è uno scrigno di gemme preziose, da leggere e rileggere con sempre maggiore consapevolezza di un mondo che non è mai uguale e le stesse emozioni si rinnovano e si modificano, di volta in volta…Il nostro scrittore e poeta ha la valigia sempre pronta e l’inesauribile voglia di andare… Si scopre così che viaggiano le stesse parole e hanno da scoprire il mondo che non finisce mai… quello delle emozioni, dei sentimenti, dei ricordi, della realtà di un’esistenza che rivela sempre nuovi segreti. Bravissimo il Clerici nel suo linguaggio poetico, nella capacità descrittiva, nel suo codice espressivo colto e sorprendente… Viaggiamo con lui e beviamo alla fonte del tempo per dissetarci con l’amore per un’arte che non conosce frontiere…

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LE PAROLE E LA PIETRA

Arcangelo Galante per “Il Salotto degli Autori”

Poesia “Sussurra il mare” E’ una poesia che racchiude la gioia nell’assaporare l’attimo dell’essere amati, Con i versi, l’Autore, Fabio Clerici, non sottolinea solamente un amore fisico ma bensì anche quello per ogni aspetto della natura di cui si sente parte integrante, componendo nella mente il suo quadro esistenziale. Il mare sussurra e lo fa sentire libero da ogni condizionamento. I suoi versi elogiano ogni cosa che lo circonda, nello scenario poetico ed umano. Infine, il tempo si ferma, quasi a volere regalare e imprimere, eternamente, tutto l’amore, la gioia, le sensazioni e l’ascoltare che la sua mente ha fotografato con i versi stessi dell’autore. 

Bruna Carlevaro Sbisà per “Poeti nella Società”

Similitudine cercata voluta quella di Fabio Clerici, i cui versi cadono semplici, puri e concreti ad esporre il proprio pensiero. Il poeta forte delle proprie esperienze le trasmette attraverso la poesia. Trapela talvolta una lieve malinconia, una latente nostalgia per i luoghi dove è nato, dove è vissuto e il forte desiderio di ritrovarsi ancora tra i suoi monti, nella casa avita tra le persone che gli furono e sono care. “Eremita dell’anima sfuggo nella baita in fondo al bosco…”. La vita gli ha imposto forse di lasciare l’amata quotidianità, ma restano i ricordi “Riparto da qui nel dolce sorriso di un affetto sincero,del profumo del legno di montagna, dell’abbraccio della mia anziana madre e con il saluto del mio stanco padre“. Un pensiero di solidarietà per chi vive in povertà e per loro l’animo del poeta è dolente. “E trovo respiro nella natura, trovo senso nell’immergermi in quella campagna, l’occhio scruta le verdi fronde e appaga l’animo...”.Desiderio infinito di aiutare il prossimo, di condividere e annullare le umane sofferenze “Basterebbe guardarti negli occhi per condividere le tue sofferenze, basterebbe una parola per lenire il disagio, basterebbe una mano tesa per il semplice consolare“. E poi ancora nostalgici ricordi dell’infanzia, della casa che ha racchiuso i suoi sogni adolescenti. “L’ho sognata in quelle notti la mia casa nel bosco, profumo di povero cibo racchiude i sogni e annulla i miei pensieri…“Frammenti accorati di un vissuto colmo di nostalgica malinconia “Sai com’era il mio Natale figlio mio? Felice il sorriso dei miei genitori e nel ricordo di piccoli doni di legno creati…” E l’avvicendarsi delle stagioni negli intensi versi di Fabio Clerici, l’amore per la natura, per la famiglia, per le persone amiche, per i meno fortunati, per gli anziani. “Respiro il caldo sole e il tepore mi bacia l’anima…Scorre il lento canto di cristallino fiume…“Immagini di un tempo trascorso ma non obliato. Sentimenti, emozioni vive e sentite, un complesso di pregiati tesori dischiusi dalla mente ma soprattutto dal cuore dell’eclettico poeta che sanno donare al lettore sensazioni stupende e forse sconosciute.

MARZIA CAROCCI per “Il salotto degli Autori” Carta e Penna

Le “parole e la pietra”, nessun altro titolo sarebbe stato più adatto a tale silloge. Le parole, lievi, delicate, carezzevoli, speranzose, musicali. La pietra, dura come dura è la vita e i suoi ostacoli e drammi, dura come le vicissitudini che si aprono in cammini difficili e irti, dura come i ricordi che fanno male e che s’inchiodano in fondo al petto al solo pensiero. L’autore aprirà così uno spaccato di esistenza che tutto comprende nell’arco vitale dell’uomo. Si parlerà di ricordi da condividere, si parlerà di un tempo che fu e si riporteranno in superficie reconditi momenti di un uomo che apre la sua anima e il suo forziere di vita. Una lettura dove non si dimentica il debole, il disagiato, e si parlerà di vecchiaia: Guardali,/ricurvi,dall’incerto passo/attraversano i luminosi corridoi/trascinano i lunghi anni/nel ricordo di gioventù sfiorite. Parole sull’essenza e importanza dell’amicizia: l’amicizia con la sua ricchezza/sembra pur semplice/il fraseggiar ovvio/”siamo felici perchè siamo amici”. E parafrasando la pietra dura da scalfire, da spezzare, da levigare, si parlerà di guerra: Dentro la divisa, la debolezza di ogni uomo/dentro la divisa le storie di notti insonni/dentro la divisa, umani disagi da lenire. Fabio Clerici è un poeta attento che attraverso il suo pensiero, ci propone i quesiti di sempre: cosa è la vita? Di cosa è capace l’essere umano? Immergendosi nei suoi versi e ascoltando il nostro cuore, “udremo” le risposte, quelle stesse risposte che stanno dentro ad ognuno di noi. Parole e pietre che musicano fra le sue righe, le parole che si alternano a dolci ricordi e che risuonano a volte dure come macigni a ricordarci ciò che spesso dimentichiamo: l’esistenza dell’altro.

Carlo Santulli per “Progetto Babale”

La poesia non esclude la concretezza di un’attività pratica, anzi posso dire che è un dono raro la capacità di trasferire il quotidiano e non soltanto quello interno e lirico, ma anche quello esteriore e visibile, in parole che abbiano una delicatezza non priva di sfumature amare e pensose. Capisco che l’intento di Fabio Clerici è raccontare, non tanto sé stesso, quanto l’opera di cui è parte, intendendo con questo certamente il volontariato attivo, ma anche in generale quel continuo e silenzioso lavoro di redenzione, che passa per i volontari, ma si estende a tutte le persone che hanno ancora voglia di pensare e di sentire, di dare insomma delle parole a quella pietra che è in fondo il mondo senza umanità: “rivivo la geometria della vita/dove ogni figura s’incastra”. L’umanità delle poesie di Clerici è consapevole di un destino, a volte infelice, ma non è priva di dignità né di una forte e sentita aspirazione alla libertà, che corre qua e là per i versi, quella libertà tanto fuori moda (forse da sempre) “di non essere bello”, per esempio, o di essere un anziano perso in una città di ferragosto, magari in quella Milano dove s’aggirano nei pressi del Castello a cercare un po’ d’ombra, il che ci fa capire che di una libertà così totale, spiazzante, nello stesso tempo concreta ed eterea, si può godere soltanto in sogno. In sogno possono apparirci anche i fantasmi, quelli che sono stati uomini e donne, ed ora sono sospesi in un limbo dove nemmeno la morte li vuole, ma sono pronti a tornare alla vita, se qualcuno mostra di desiderarlo per loro stessi, che non ne hanno la forza. Ma questo sogno si apre altrove anche alla dimensione rasserenante anche se non bucolica della campagna, a quei piccoli paesi sul Trebbia “nel tempo sospesi” ed anche al desiderio di poter essere altri da sé stessi, anche se nascosti da una divisa (il che è ancora una volta libertà…). Ci si può inoltrare nel bosco, tra la neve, probabilmente perdersi e ritrovarsi mille volte, si può tornare al proprio tavolo, e sull’onda dei sentimenti, riscoprire una “disperazione divenuta messaggio”. Ecco, la poesia di Fabio Clerici in “Le parole e la pietra” è in questa capacità di stupirsi delle cose quotidiane, per vedere le quali ci vogliono altri occhi, mi piacciono in essa l’evolversi del messaggio e del discorso verso improvvise aperture ad un altro mondo, un’altra dimensione, un diverso modo di godere delle cose e di descriverle. Si tratta in fondo di trovare un senso differente alla nostra esistenza ed a quella di tutti (una delle liriche della raccolta si apre proprio con queste parole “Trovo senso”). E’ da qui che si riprende il tema del volontariato, il cui significato più intimo (che riunisce la vicinanza al dolore col duro lavoro di ogni giorno) è quello di ridare valore alle cose, alle persone, ai gesti che sembrano non averne più, perché abbiamo dimenticato, perché abbiamo fretta, o forse semplicemente perché non abbiamo più tempo né voglia di leggere poesie come queste. Sbagliamo a non farlo, perché sono poesie che parlano di noi stessi e del mondo in cui siamo immersi, offrendo tra le righe qualche idea buona per cambiarlo. www.progettobabele.it 

Pierdamiano M.Mazza per “Il Convivio”

La poesia di Fabio Clerici potrebbe essere definita con l’ossimorica espressione “dolce amarezza”. Il perchè lo si scopre sfogliando le pagine de Le parole e la pietra, corposa silloge di liriche che l’autore stesso indica come riflessioni dal quotidiano.  La poesia di Clerici raddolcisce con uno stile fluido e ben limato le “amarezze” dei contenuti, che amari sono non per scontato spirito d’insoddisfazione bensì per l’impegno personale di discernere ogni cosa che l’autore dimostra di profondere ogni istante della propria vita. In “Guardali” l’ordinaria quotidianità è esaltata come eccezionale avventura d’apprezzare, inserita nella vita degli anziani ormai soli relegati in ospizi o cliniche; analogia di tema è presente in “Anziani di ferragosto”:le fresche acque di solitarie fontanelle nella loro umile essenza fanno da contrappeso al cospetto dell’impavido Duomo e all’ombrosa Ducale Corte dello Sforzesco Castello che vedono passeggiare stancamente vocianti nonni, orfani di vacanzieri figli. L’amarezza lascia il posto alla nostalgia in “La mia casa nel bosco” dove la carezza del ricordo dipinge un nitido quadro di vita vissuta, tracciando con larghe pennellate di colore immagini come la luce di lanterna e la soffitta che la fantasia dei fanciulli popola di draghi e fantasmi; in “Sai com’era il mio Natale” il vissuto d’ un tempo si snocciola in un interessante dialogo con il figlio: e proprio i piccoli sono protagonisti della poesia di Fabio Clerici, come mostrano i brevi aforismi raccolti nella rubrichetta “I bambini insegnano”.  Forte in questa nutrita raccolta è anche l’impegno sociale che non può assolutamente passare inosservato. In “Potente uomo” e “Umana giustizia” è richiamata fortemente l’uguaglianza essenziale dell’uomo, aldilà di cariche o ruoli; nella forte “Dentro la divisa”(che può essere ritenuta a buon titolo capolavoro dell’intera silloge) è ben coniugato il senso del dovere con la naturale presenza delle esigenze interiori di una persona. In “Bianchi camici e rosse divise” è sottolineato l’altissimo valore del volontariato e della convinzione di poter ancora donare se stessi gratuitamente. Sprezzante e sentita è “Non ci sarò”, esempio di maturità interiore dimostrata nel rapportarsi con l’inevitabile fine terrena, passaggio alla vita eterna: non ci sarò/quando il falso dolore/saturerà l’ultimo addio;/ mi troverete nel bosco,/nell’aria frizzante dell’inverno…non sarò li con voi/ anche se il mio terreno corpo/ mostrerà l’ultima sofferente smorfia/ io sarò già lontano. La poeticità di Fabio Clerici si concretizza con la tristezza delle piegate foglie di “Sinfonia d’autunno”, spiazzata dalla vitalità degli implacabili gladiatori che combattono in campo ma sono amici fuori presenti in “Quelli del giovedì”, mentre il vento caldo di “Pomeriggio d’estate” si affianca in un’immersione cosmica che la magia del tramonto regala in “Fuori dal tempo”.  Le parole e la pietra è dunque un riiuscito esperimento di fare poesia che, spremendo con delicatezza la vita di ogni giorno, offre al lettore spunti di riflessione e gli si pone davanti a mo’ di uno “specchio” che-come nell’omonima lirica presente in questa raccolta-riflette suoni e paesaggi e storie di umana virtù

Carlo Radollovich per “Il mirino”

È straordinaria la comunicativa di Fabio Clerici, il quale, attraverso il profondo e significativo scorrere dei propri versi, riesce non solo a catturare l’attenzione del lettore, ma anche ad affascinarne il pensiero. L’armoniosità dei sentimenti raccontati e la vivacità delle espressioni inserite nelle poesie, vengono immediatamente interiorizzate da coloro che si affacciano all’emozionante susseguirsi di vibranti sensazioni raccontate, di vive suggestioni e di stupori quasi fiabeschi. Detto in una frase, i versi di Fabio Clerici toccano il cuore del lettore, il quale È pronto a raccogliere indirettamente ammaestramenti e insegnamenti di vita. Inoltre, la freschezza espressiva del poeta si esterna anche attraverso il suo amore per la montagna e per la natura in generale. Si nota una sua perfetta simbiosi con il verde dei prati (“le verdi onde”), dei fiori che vi spuntano e degli alberi che crescono rigogliosi (il “mutare del pesco”). Qui, nella delicatissima poesia “Il senso”, e sempre a proposito dell’incanto che la natura sa proporre con i miracoli di vita che si rinnova, sono state scritte un paio di strofe a mio avviso profumano della vena leopardiana: questo mare navigo / con l’animo appagato”. Rivedo un tratto de “L’Infinito” e precisamente il passo naufragar m’è dolce in questo mare”. Ma da di Clerici non si nota tristezza o velata malinconia. Ovviamente, quando cadono le prime foglie (vedi “Sinfonia d’autunno”) e “muore la trasgressiva estate”, si nota un pizzico di nostalgia per la bella stagione che viene messa in soffitta, ma ci affretta anche a catturare l’immagine di “festosi bimbi” che assistono al rotolare delle foglie “pei ventosi viali”. Insomma, anche nei momenti meno propizi, entra sempre molta luce nei versi di Fabio Clerici, una luce che, nella sua spiccata armoniosità, riesce sempre a sottolineare quello sfavillio di sentimenti di cui l’attuale società avrebbe notoriamente assai bisogno.

Professor Francesco Mulé

Il Poeta riesce a comunicare con grande efficacia le proprie emozioni. La sua poesia, molto sobria e priva di eccessi, si pone al lettore, catturandone, con molta delicatezza, l’attenzione. I versi che vengono a rivelarsi piacevoli e piuttosto scorrevoli, decisamente ricchi di tanta interiorità, riescono a trasmettere, con intensità, il grande valore del vivere e ad abbracciare la stupenda coralità del pensiero e del giudizio che ne consegue. “Le parole e la pietra” contiene liriche immediate e significative. Piccoli quadri umani, esistenziali che, rivelandosi assolutamente emozionanti e sicuramente armoniosi, nella loro poetica semplicità, riescono a cogliere nella viva espressione del verso, libero e completo, la ricchezza del nostalgico sentimento dell’Autore. Gli splendidi componimenti di Fabio Clerici sono capaci di far volare, attraverso la parola/immagine, il pensiero ed affascinare il lettore, trasportandolo nel mondo della realtà quotidiana, della nostalgia, dei ricordi. Si tratta di sentimenti puri e freschi che vengono a rendere nitido l’andamento del verso, intriso di calore umano e di tutta quella grazia che viene ad essere l’elemento dominante di tutta la poetica del nostro Autore.. Sono espressioni di tutta sincerità, di spontaneità di sensazioni e di vive emozioni che servono a renderlo sicuramente il cantore dell’animo fortemente grande e ricco di immensa interiorità spirituale e spiritualizzante. Sono suggestioni che si susseguono nello snocciolarsi delle composizioni, attraverso le quali il Poeta riesce a comunicare, con grande efficacia di linguaggio e di stile, i propri sentimenti. L’amico Clerici riesce a toccare l’animo del lettore, infondendogli sicuramente esplosioni di amore e di vita. La poesia di Fabio Clerici: una voce autenticamente lirica.

Pacifico Topa

Fabio Clerici con il volume “le parole e la pietra”, sottotitolato “riflessioni dal quotidiano”, ci propone un non facile abbinamento fra le parole e la pietra, facendo intendere che, spesso, le parole sono più dure delle pietre e riescono anche a ferire. Trattasi, in definitiva, di un resoconto esistenziale, realizzato con meticolosità, ma anche con tanta partecipazione e consapevolezza dei propri mezzi. La sua è una poesia forbita, perché cerca, soprattutto, di farsi capire e di esplicare certe problematiche della vita stessa. Le poesie che compongono il volume sono un’ accurata selezione di spunti osservativi animati da tanta saggezza, ma anche da tanta consapevolezza del non facile compito di chi si dedica alla poesia con lo scopo specifico di far conoscere certe tematiche occasionali fornite da una lettura attenta. La raccolta inizia con un eloquente discorso rivolto all’uomo potente, esortandolo ad assumere un comportamento meno altezzoso e più consono ad una realtà fatta di sacrifici e di rinunce:“Guarda attraverso quella porta /scendi dallo scranno/della tua onnipotenza/e vivi il dolore/che umilia strade e città/accogli i lamenti degli ultimi/”. Già questo preludio favorisce una deduzione circa il contenuto della raccolta, quindi ammaestramenti, lezioni di umiltà, stimoli a pensare a chi, trovandosi in difficoltà, ha bisogno di aiuto, impersonato da coloro, oramai soli, seduti su una panchina, riflettono sulle contingenze umane di una vita grama, ma pur sempre valorizzata, perché disponibile alle altrui necessità. Da questa poesia si può dedurre la stessa personalità del poeta, dedito al volontariato, ma anche apprezzato creatore di poesie che hanno sempre ottenuto buon successo nei concorsi nazionali ed oltre. Il volume è illustrato da efficaci disegni dell’artista Antonio De Blasi ed è corredato da pagine, in bianco, per “emozioni e riflessioni”. Tutto il volume ripercorre i momenti salienti dell’esistenza del poeta con opportune considerazioni e profondi pensieri etici.

Sabina Pollet

Bella la poesia di Fabio dal titolo: “EREMITA”. Scorrevole nella semplicità della forma, spontanea nell’espressione dell’emozione. Siamo tutti un po’ Eremiti, ma pochi sono quelli che lo ammettono. L’Arcano n.9 dei Tarocchi, l’Eremita appunto, è rappresentato da un vecchio saggio che con il suo bastone, alla luce tremolante di una lampada, è in cammino verso la ricerca di “qualcosa” d’indefinito, d’imprecisato, ma dal valore assai significativo: l’ascolto dell’anima. Per fare ciò, procede passo dopo passo, in solitudine, vivendo il tempo interiore e non quello materiale. Quest’archetipo rappresenta in pieno ciò che Fabio vuole comunicarci con la sua poesia: la solitudine vissuta come malinconico, nostalgico distacco dal brulicante mondo, la fuga dalla “logica vita” dentro una “baita in fondo al bosco” per purificarsi “nel silenzio” L’attenzione ai piccoli dettagli del paesaggio come l’ascolto di “voci ammalianti”, di “rauchi lamenti” di “esseri erranti”(così come errante è l’Eremita), non sono altro che i sussurri dell’anima, che spingono Fabio a fermare il SUO tempo, perseguendo un ritmo di vita che si discosta da quello della realtà circostante. E dopo il vedere, l’ascoltare, il sentire, ciò che la montagna bisbiglia, ecco il riscoprirsi EREMITA DELLA PROPRIA VITA, e sapere che lentamente è tempo di lasciare la baita, e tornare “al verde alpeggio”, proseguendo un percorso circolare, che si apre e si chiude conservando all’interno del cerchio, un tempo prezioso per ritrovare se stesso. Mi permetto allora di chiedere a Fabio: “Sei proprio sicuro che la tua anima sia spenta in questo essere Eremita?” Io credo di no. E’ un’anima solitaria, è vero, ma porta dentro più luce di quanto tu possa immaginare e la poesia che hai scritto ne è la conferma. Ciao Eremita!

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DEDICATO A TE

Tito Cauchi

Fabio Clerici nasce a Milano nel 1961 ove vive, ha conseguito la Maturità Turistica, svolge attività di volontariato presso la Croce Bianca, risulta vincitore di alcuni premi. La raccolta Dedicato a te… è presentata dall’editore Kimerik, il quale giudica le poesie: ritmate ed emozionanti, dallo stile accurato e dal linguaggio ricercato. In effetti riscontriamo una fornace di emozioni. Nella eponima di apertura, confida:“Posso stanotte sognarti,/ e irrealmente abbracciarti/ ma tu non sei qui con me;”. Mi pare di avvertire una solitudine che il poeta riempie di sogni, come rimedio all’immenso vuoto che lo avvolge. Attraverso un destinatario al quale rivolge un tu conversevole o piuttosto impersonale, srotola pensieri in cui rivive sentimenti custoditi con tanta cura. Così sente un bacio in una sera di Natale; il ricordo dei vent’anni, la gioia e il dolore delle prime pulsioni; la sensazione che gli anni siano corsi veloci.  Guardare indietro e poi perdersi con lo sguardo nell’infinito avanti a noi; ma adesso, in occasione di un lutto, dice il Poeta:“non vedo più i tuoi occhi/ non sento più le tue mani/ e la tua voce si dissolve,/ qui seduto, ricordo solo tenerezze lontane.” (pag. 14). Questa delicata espressione si modula sulle corde di un violino, assumendo una valenza universale per ogni affetto perduto. Ricorre il senso della solitudine che lo accosta a Dio, della neve che si scioglie, dell’estate che volge alla fine, di un ultimo viaggio, della notte, di un ultimo pensiero, di una lontana stagione, della consapevolezza di affermare di esserci ancora.  Versi che sembrano cesellati alla maniera di note segnate sul pentagramma dell’anima. Il desiderio di tornare bambino nelle braccia della madre ed anche quello di proteggerla; un faro a salvaguardia dei naviganti; un fiume che porti alla deriva il suo dolore; l’inventarsi un bambino per ritrovare la gioia; ma trova come foto ingiallite i suoi ricordi; un mare sereno che culla i pensieri, ma sempre in totale solitudine, nella pienezza della sua contemplazione.  Fabio Clerici si rivela nel suo vissuto, quando traduce in parole i sentimenti e li esprime in modo incisivo, per significare ‘il senso della vita’:“Giorno dopo giorno/ guardare l’intimo dolore,/ ascoltare, non giudicare,/ il pensiero riconduce/ a trascorsi silenzi/ che tu non coglievi;” (36). Si chiede a chi importi di lui; costata che siamo come le foglie secche d’autunno; un’esistenza effimera è quella dell’uomo. La sua anima vaga in luoghi che ricordano antichi mestieri, ricordi dolorosi, labbra consunte da una malattia; Cotignac, regione provenzale; respira profumi; si accontenta di godere di attimi pensati, della visione di un vecchio a spasso con il cane, di un’ape che si posa sul fiore; si rammarica e si chiede se anche lui avrà l’attenzione di qualcuno e se qualcuno asciugherà una sua lacrima; egli si sente in pace.  Il Poeta rivela il proprio realismo nell’ascolto della sua ragione, e si appalesa nella sua interiorità: “l’anima della notte/ rende uguaglianza umana,/ spoglia dell’effimero ruolo/ modifica la nostra essenza;/ tutti sono chi non sono;/ la luce dissipa l’illusione/ e rimanda a umani doveri.” (51). Direi che la poesia si carica di una portata universale, pur nella variegata umanità. La ricerca del senso della vita ha condotto il Nostro e riconsiderare l’esistenza umana in una sorta di giochi di specchi, di tutte le possibili curvature, sì che ognuno appare chi è, e altresì chi non è, come vorrebbe essere e come non vorrebbe essere. Motivi terreni e metafisici formano un groviglio in cui il Poeta si muove con la convinzione che pur essendo un granello di sabbia, la sua voce ha qualcosa da comunicare. E ciò è quanto basta.  “Il crogiuolo emotivo di questi versi e la sapiente costruzione che li dispone in convergenti costellazioni suggeriscono l’immagine lirica esistenziale che Fabio Clerici ha del mondo postmoderno e soprattutto della sua poetica di riuso dei segni. è il realismo dell’allegoria che rende queste forme poetiche omogenee, ricche di magmaticità pulsante destinata all’ordine immobile del nulla che sovrasta il linguaggio dei sentimenti, delle emozioni, degli stati vissuti.”*

Fulvio Castellani per “Poeti nella società”

Nella prefazione editoriale si può leggere che la silloge di Fabio Clerici si caratterizza per uno “stile accurato” e una “forma elegante”, cui si aggiunge un “linguaggio ricercato e sapiente”. Seguendo i versi che, scandiscono il percorso di “Dedicato a te” si ha modo, in effetti, di rinvenire tutto ciò e di conseguenza di gustare alla grande le descrizioni e i momenti clou che nascondono a tu per tu con il vivere quotidiano, con i risvolti magici dell’amore, con l’armonia intima, con quella composta accettazione delle piccole e grandi verità che ognuno di noi si trova a miscelare…. Fabio Clerici, del resto, non a caso ha ricevuto dei preziosi riconoscimenti in alcuni concorsi letterari e non a caso le sue poesie sono state ospitate in volumi antologici. Dice apertamente e con estrema chiarezza, che “giorno dopo giorno”bisogna “dare un senso alla vita/ guardare l’intimo dolore/ ascoltare, non giudicare“….Scrive, e con una velata malinconia, rivolgendosi alla persona che ha amato:”Posso stanotte sognarti/ e irrealmente abbracciarti/ ma tu non sei qui con me;/ potrò un giorno sentirti/ ma non sarai più con me“….Versi caldi e struggenti, questi versi che evidenziano il nitore affettivo di un poeta che sa e riesce a leggersi dentro, a osservare il turbillon di una realtà non sempre gratificante, a cogliere il profumo delle stagioni e dei ricordi dando un senso preciso alla vita, al destarsi al mattino, all’inseguire il tempo per trovare un rifugio in cui spalancarsi alla gioia o quantomeno ad una serenità interiore nel segno di una rinnovata fiducia e speranza. Caratteristica della poesia di Fabio Clerici, lo ribadiamo, è la chiarezza, la felice impostazione dei versi e delle parole, il ricorso alle metafore, al veicolare spontaneità e saggezza, al segnare dell’io di chi legge armonia e mosaici non mai emblematici e fuggevoli. Come a dire che i suoi messaggi, le sue esternazioni autobiografiche fanno il pari con la padronanza delle parole e con l’agile svilupparsi dei versi, dei turbamenti, dei silenzi, degli eventi “nella speranza di essere domani/ ancora protagonista/delle mia emozioni.

Guido Bava

Sia che ricordi, sia che egli descriva situazioni reali o, ancora che si lasci travolgere dal sentimento, Fabio Clerici, fa della poesia. Ho detto poesia e, ribadisco “poesia” qualunque argomento egli tratti, da qualunque sentimento sia ispirato, da ogni situazione in cui è protagonista o spettatore, egli scioglie il suo canto. La musicalità dei versi arricchisce il contenuto facendo di ogni componimento un’opera a se stante, anche se il filo conduttore è sempre uno: l’amore che si esprime ora attraverso il sogno, ora riandando a felici momenti reali. Musica e parole, così il condivisibile giudizio di Kimerik Edizioni, ma io aggiungerei profondi sentimenti e invidiabile facilità nell’espressione dell’intimo.

Oronzo Russo

Non conoscevo sin qui FABIO CLERICI, nulla dei suoi studi, della sua anima. Leggendo le sue poesie ho, forse, intravisto la strada per conoscere quest’uomo dalle tante sorprese… Non oso giudicare. Oso solo confessarvi le impressioni che ne ho tratto. Avvicinandomi a DEDICATO A TE di FABIO CLERICI, poeta dell’anima, cosi’ come l’han definito, mi è sembrato di scoprire un palinsesto per affrontare l’ignoto quotidiano, in pretesti quasi narrativi, espressive cronache di una quotidianità sprofondata nella temibile verticalità del subconscio. La sua area di scavo è estremamente vertiginosa ed enormemente vasta , un buco nero dove trovi personaggi che precipitano e si muovono come anime perse. Che siano uomini o pietre agiscono a ridosso di una normalità in affanno, problematica e lunare, portata alla ribalta da Clerici, nello spazio scenico, giocando col gesto della metafora, dell’iperbole e del paradosso, della pura e innocente finzione. Che siano angeli custodi o eccelsi inquisitori, contrabbandieri o bracconieri per fame, viandanti, assassini o callidi adulatori, i personaggi s’affannano attorno in crude apparizioni o dolci nostalgie. E Fabio marcia dritto, senza ripensamenti. In quel mondo non se ne possono avere perchè è un mondo nel quale si agitano le pulsioni del vivere quotidiano e nel quale si è nudi sotto il cielo, e Dio come unico spettatore: è la dimensione solitaria e verticale del dramma, l’essenza dell’uomo che si guarda dentro, che misura l’abisso, che dilania l’anima. Il dolore non ha storia e non c’è tempo per averne. E Fabio ne e’ attratto perchè è costretto a vivere in un assioma che chiede del domani. “Smetto la mia armatura e mi piego al fato”, – dice -, forse in un momento in cui maggiore è il peso delle sue scelte di vita e lo interpreti come un’ancora di salvezza, un estremo tentativo di ribellione ad un mondo mai amico. Mi spiego così gli scenari conflittuali, in una raffica di immagini eteree e nostalgiche, di esistenze e luoghi pietrificati dal dolore nell’inganno della memoria: “irrealmente abbracciarti”, “è già mattina, il giorno della speranza”, “godi la tua libertà e vivi appieno la natura” e tante altre. Dirò che in “Dedicato a te”, Clerici dipinge la storia dell’umanità, in tutte le dimensioni che diventano infinite, perché l’ansia dell’assoluto è connaturata all’essenza dell’essere umano. E allora? S’alza potente la gigantesca personalità di Clerici eppur timida, capace di guardare il sole senza averne sconcerto, che inventa un imprevedibile riscatto che non è una facile conquista nell’immensa e sconfinata natura, ma è aprir immensità su ignoti confini, far proprie idee che non sono quelle vincenti del branco, senza sentirsi un intruso. Insomma, la ricerca di quella pozione capace di darti l’immortalità per illuderti di una salvezza dall’oblio. 

Maristella Dilettoso

L’autore, milanese, dipendente della pubblica amministrazione, tra i vari interessi si dedica anche al volontariato attivo, è un appassionato viaggiatore e amante della montagna, che è riuscito a trasfondere il proprio amore verso il prossimo e verso la natura pure nel verso. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari, ultimi in ordine di tempo l'”International Police Association” del 2006, e il concorso “Città di Castellana Grotte 2007 Vittorio Sabatelli, che gli sono valsi dei riconoscimenti. Sue poesie figurano su varie antologie, è socio del cenacolo Europeo “Poeti nella società” e dell’associazione culturale “Carta e penna”. Dedicato a te…, consacrato a quanti abbiano saputo essergli fonte d’ispirazione, è un percorso che, attraverso sentimenti ed emozioni, intesse un fitto dialogo con molteplici interlocutori, partendo sovente da percezioni visive di fenomeni naturali, per profondervi sensazioni che si nutrono di rapporti interpersonali. “Clerici dipinge immagini piene di passione e coinvolgimento, costruisce metafore colte e di evidente bellezza, in un crescendo di poesie che man mano divengono sempre più raffinate nei contenuti e nella forma” si legge sul profilo critico che apre la raccolta, e ancora: “Lo stile accurato e la forma elegante sono tratti distintivi dell’intera opera; il linguaggio ricercato e sapiente impreziosisce una raccolta che scorre dentro fino all’ultima parola”. Confluiscono nei versi di Fabio Clerici memorie di amori passati e recenti, rimpianti o rivissuti, elaborati dal ricordo, amori rapportati spesso a particolari momenti, luoghi o stagioni, nostalgie di commiati che non precludono slanci futuri, laddove anche il dolore appare sublimato e contenuto, come in Infinito: “Vedrò ogni mattina un gabbiano volare, / sentirò ogni giorno il vento sul mio viso, / assaporerò l’odore del mare, / felice di essere vivo, / correrò sulla spiaggia / e i miei occhi / vedranno tramonti infuocati / e notti stellate, seduto con te / a godere del mio mondo.” Particolarmente delicate le composizioni del filone intimistico, dove emergono gli affetti familiari, emblematiche in tal senso le poesie dedicate al padre e alla madre, in cui avviene una sorta di sublimazione del distacco e del dolore attraverso le immagini catartiche del verso: “…Scaldami il cuore con le tue parole / ora che non potrò udire più la tua voce, / hai preparato l’ultima valigia, / per il viaggio più importante della tua vita” (da: Ultimo viaggio), oppure quei momenti d’ispirazione e riflessione poetica che si fanno metafora della vita stessa: “…e sperare che la sfera / non varchi mai la soglia / della tua intima solitudine, / nel ruolo che ti sei scelto / nello sport e nella vita, / portiere e custode / di tante solitarie emozioni, ultimo baluardo / del confronto fra uomini” (da : Non solo un pallone). C’è sicuramente “amore, passione e dolore” nelle rime di Fabio Clerici, ma vi è soprattutto un riflesso dell’esistenza nelle sue molteplici sfaccettature.

Pacifico Topa

Questa silloge poetica di Fabio Clerici è intrisa di sentimento, di passione, di emozioni, ma anche di generosità; egli s’immedesima degli eventi senza assumere il ruolo di presuntuoso protagonismo ma, piuttosto, di umile cireneo costretto ad affrontare le traversie della vita facendo affidamento soltanto sulle sue capacità di logica reazione e sulla forza che può dare una fede profonda. La poesia di Clerici è quanto mai intimistica, personalizzata, oserei dire, ingerita completamente in maniera convincente; essa esprime il suo modo di pensare e di vedere la realtà, senza infingimenti, solo alla luce di quei principi sani che egli ha assimilato dalla personale esperienza vissuta intensamente. I suoi versi hanno il merito di scolpire l’argomento prescelto con quella maestria linguistica che non tutti hanno; una poesia raffinata, metaforicamente pregevole, che riesce a far vibrare le corde intime dell’essere. Questo autore ha in sé il carisma del vero poeta che riesce a dare all’argomento quella valenza contenutistica che lo rende accattivante. Al fondo di ogni composizione c’è, più o meno espresso, l’amore, quel sentimento che alloggia nelle sue poesie come dna personale. “Scorre sul veloce treno / il film della mia vita / dall’animo profondo / sopite sensazioni / profumi conosciuti.” da “Silenzio”. Da questi versi si può dedurre quello che è il vero senso della personalità di Clerici, un misto di realtà e di ricordi, accenni a momenti felici passati che hanno lasciato il segno. Estrapolo dalla composizione “Senso della vita” nella quale l’autore dice: “Giorno dopo giorno / dare un senso alla vita / guardare l’intimo dolore / ascoltare, non giudicare / il pensiero riconduce / a trascorsi silenzi / che tu non coglievi”. Anche in questo caso l’autore conferma la sua razionalità logica, vagliando quelli che sono gli effetti delle cose che si avvicendano, ma poi, come è sua consuetudine, rievoca momenti di doloroso silenzio “che tu non coglievi”, un accenno alla incomprensione. Queste sue estrinsecazioni sono una ulteriore conferma di una vitalità esistenziale che Clerici immortala con questa raccolta di versi, specchio di un animo molto sensibile, intensamente innamorato delle persone care che gli sono vicine, o che sono passate a miglior vita.

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